Blade Runner 2047

Blade Runner 2047, trama e recensione

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Fare il seguito di un film molto visionario e soprattutto farlo 30 anni dopo non è un compito facile per nessuno, neanche se ti chiami Ridley Scott. È impossibile ricreare la stessa atmosfera, avere le stesse idee, cogliere lo stesso momento storico che inevitabilmente si riflette sul risultato. Il risultato è che se anche riesci a fare un buon film lascerai delusi gli appassionati. Specialmente se hai lasciato loro 30 anni per rimuginarci sopra.

Sono passati 30 anni, servono ancora i Blade Runner

Sono passati 30 anni anche nel mondo dispotico dei Blade Runner e le cose non sono molto migliorate dall’ultima volta che ci siamo stati. La Terra è sempre un pessimo posto in cui vivere e nel frattempo la differenza più significativa è che le piogge equatoriali del 2019 si sono trasformate in una siccità polverosa e onnipresente.

Per queste lande desolate è in viaggio l’agente K, un Nexus-9 incaricato di ritirare i vecchi modelli. La differenza sostanziale tra i vecchi e i nuovi è la correzione dei difetti comportamentali che avevano causato diversi incidenti in passato, tale da far ritenere pericolosi i vecchi replicanti tanto da rendere obbligatorio ritirarli tutti. Il compito è complicato dal fatto che molte informazioni sono andate perse durante un enorme blackout ed è quindi un lavoro in cui c’è molta investigazione e poi anche molta azione.

In ogni caso K è nella fattoria di Sapper Morton, un apparente colossale e innoquo allevatore di insetti, interprepato dall’ex-wrestler Dave Bautista, che però è in realtà un Nexus-8. K si becca qualche pugno, ma riesce a sopraffarlo e individua nella fattoria una cassa che si rivelerà contenere uno scheletro umano, anzi uno scheletro replicante. Inoltre sull’albero posto sulla tomba era incisa la data 6/10/21.

L’agente si reca così alla Wallace Industries che è l’erede di tutta la tecnologia della Tyrell Corporation, evidentemente andata a catafascio dopo l’uccisione del suo geniale fondatore per mano di Roy Batty, dove la solerte Luv aiuta K a recuperare le poche informazioni rimaste di quel periodo. E così scopriamo che il replicante nella cassa è Racheal. K scopre anche che a quando pare la replicante aveva dato alla luce due figli con lo stesso DNA, ma di sesso opposto [questa cosa non ha senso] e la femmina era morta.

A questo punto scopriamo che K ha tra i suoi ricordi d’infanzia un cavallino di legno su cui è incisa sempre la data 6/10/21 e va a chiedere all’esperta di innesti Ana Stelline se è un ricordo vero, conscio del fatto che di solito i replicanti hanno solo innesti che gli aiutano ad avere una personalità equilibrata. Secondo Stelline è un ricordo vissuto realmente.
K comincia quindi a pensare di essere lui il figlio di Rachael e ritrova il luogo del ricordo e dove ritrova anche il cavallino. Analizzandolo scopre che è di vero legno e che è radioattivo e quindi si reca nella “zona proibita” che presenta lo stesso tipo di radioattività.

Ovviamente la zona non è poi così tossica e dopo qualche peripezia trova finalmente Rick Deckard che gli racconta di come viva in isolamento per non mettere in pericolo un’organizzazione di replicanti ribelli a cui ha affidato Rachael. Ma mentre i due prendono confidenza arriva Luv che concia male K e “uccide” Joi, la moglie virtuale del Blade Runner, e poi rapisce Deckard per  portato al cospetto di Wallace con cui fa scena muta. Lo scopo di Wallace è quello di mettere le mani sui figli di Rachael per avere la possibilità di creare dei replicanti in grado di riprodursi per fronteggiare la costante mancanza di manodopera nelle colonie extramondo.

A soccorrere K arriva Freysa, una leader dei ribelli, che gli spiega che lui non è l’eletto (lui ci rimane molto male) e intimandogli di uccidere Deckard per non correre il rischio che questi spifferi qualcosa a Wallace.
Il Blade Runner parte quindi per l’ultima missione in cui uccide Luv, salva Deckard e lo porta da Stelline, la sua figlia.

Blade Runner 2047, tanto, troppo atteso

Blade Runner 2047 - Agente K

Ridley Scott ci ha ultimamento abituato ad un recupero dei suoi capolavori del passato con una serie di prequel della serie Alien, ovvero Prometeus e Covenant. Devo dire che i risultati sono stati fino ad ora non del tutto all’altezza. Grandi scenari, grande uso degli effetti speciali, personaggi incredibili che però fanno molto meno di quello che uno si aspetta che facciano. Anche con Blade Runner 2047 è un po’ così e, come in Prometeus, la storia zoppica un po’.

Chiaramente le vicende di Blade Runner lasciavano aperte una lunga serie di possibili evoluzioni e i fan di tutto il mondo si sono sbizzarriti per anni a immaginare tutto il possibile. Solo che adesso abbiamo la versione di Ridley e dobbiamo farcela andare bene. E soprattutto chiarito una volta per tutte, nel caso qualcuno avesse ancora il dubbio, che Rick Deckard è un replicante.

Basandosi su questo assunto l’idea di inserirlo in una sorta di organizzazione per la libertà dei replicanti è tanto affascinante quando un po’ scontata e probabilmente umanizza anche troppo il personaggio. Un aspetto intrigante dei Nexus6 era il fatto che in fin dei conti erano dei bambini, con dei sentimenti apparentemente rudimentali. Provate a pensare alla scena di quando Roy Batty avvisa Pris che sono rimasti solo loro due: i due fanno un broncio fanciullesco.
È vero che Deckard e Rachael erano un po’ diversi, ma nel 2047 è tutto cambiato, l’argomento non è più la ricerca del motivo della propria esistenza da parte dei replicanti, ma il tentativo di ottenere la propria indipendenza e poter decidere il proprio destino. Una rivolta degli schiavi con in testa un moderno Spartaco. Idea che ci può anche stare, però, appunto, un po’ meno intrigante.

La verità è che i veri i problemi del film sono altri: l’eccessiva durata e i personaggi che si perdono nel nulla.

Blade Runner 2047 dichiara di durare 163 minuti che sono tanti, ma non è detto che siano troppi. Se però ci sono tratti in cui non succede nulla la gente si annoia. Quindi perché dilatare certe sequenze? Il risultato ne risente, il ritmo ha dei cali drastici fino a fermarsi. Le belle inquadrature di scenari fantascientifici sono sempre apprezzate quando c’è comunque qualcosa che succede in primo piano. Purtroppo qui non è sempre così.

La questione dei personaggi è un po’ più complessa e si deve affrontare caso per caso.

Il primo è il presidente Niander Wallace interpretato dal bravo e mistico Jared Leto ormai abituato a interpretare psicopatici. Personaggio apparentemente interessante,  ben pensato e molto più cinico del dottor Tyrell perché interessato principalmente al guadagno e non al fascino della creazione. E fin qua tutto ok. Ma perché è cieco? Cos’è quel robo che si attacca al collo? E soprattutto perché ad un certo punto sparisce nell’oblio senza più tornare? Mistero. Un personaggio lasciato a metà che sa solo dire frasi tra il filosofico e l’ignorante come “ti farò provare il vero dolore”. Bocciato.

L’altra è questa presunta rivolta dei replicanti campeggiata da Freysa… ma chi cavolo è Freysa? Cosa mi rappresenta, da dove esce, perché in 163 minuti di film non si è trovato un momento per dare un minimo di storia a questo personaggio apparentemente importante, ma di cui non sappiamo nulla? Non si sa ed è un vero peccato.

Poi fatemi spendere due parole per Gaff. Si capisce chiaramente che si è voluto dare il contentino ai fan e piazzarlo in una scena inutile in cui dice cose senza senso senza neanche parlare in cityspeak. Gaff l’ho sempre considerato l’uomo del vero mistero, l’unico veramente al corrente di come stessero le cose e forse anche il burattinaio di Rick Deckard. Invece no, era un cretino che si è bruciato il cervello e vive in un ospizio (sì perché in mezzo allo sprawl in cui c’è un’evidente problema abitativo c’è comunque spazio per un pulitissimo ospizio) in cui guarda la TV. Delusione totale e personaggio bruciato.

E poi arriviamo alla “moglie” di K, la virtuale Joi. Un personaggio costruito con cura, introdotta con delicatezza, un rapporto con K che diventa sfaccettato e complesso. Poi lui la trasferisce sulla chiavetta e viene detto “eh, però se succede qualcosa poi sparisco e ciao” a cui si risponde “ma figurati se ti succede qualcosa, sei una dei coprotagonisti”. E invece cinque minuti dopo un tacco pone fine all’esistenza di Joi senza che abbia avuto il minimo ruolo nella vicenda…

Lasciamo perdere Madame Joshi e passiamo direttamente a Luv. Ecco Luv è un bel personaggio cattivo che parte delicato ed elegante e poi va in modalità Beserker e tenta di spaccare tutto e ammazzare tutti, non riuscendoci solo perché è heel, ma avrebbe meritato di ammazzare anche Wallace con un pretesto qualsiasi, cosa che avrebbe di riflesso dato un senso anche al presidente. Luv ti vogliamo bene.

Blade Runner 2047 - Luv

Finisco la recensione parlando del tema principale del film: la procreazione. Gli esseri viventi si completano nel momento in cui sono in grado di riprodursi e creare una propria stirpe. Anche i replicanti ce la fanno e quindi vogliono ottenere il diritto di essere trattati alla pari con gli umani, senza essere più chiamati “lavori in pelle”. Però c’è il fatto che l’unico replicante femmina in grado di riprodursi è morto da tempo e che sua figlia, che non sappiamo se ha la stessa capacità, è rinchiusa in isolamento in una bolla di vetro perché senza difese immunitarie e quindi tutta la cosa non promette tanto bene. Non so, la storia fa un po’ acqua. Ridley Scott ha detto che se il film va bene faranno un secondo sequel e Harrison Ford ha già detto che per lui va bene. Però che si impegnino un pochino di più con le musiche e almeno con la macchina del fumo al posto delle sigarette, che ci stavano tanto bene 30 anni fa.

Quindi Blade Runner 2049 è un bel film, di grande impatto visivo e di immaginazione, con molti attori bravi, ma con una storia troppo dilatata e con rivoletti che si perdono che gli impediscono di essere un vero capolavoro. Sicuramente da vedere, ma un gradino sotto all’originale.

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