Blade Runner

Blade Runner, trama e recensione

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Ci sono quei film che hanno fatto la storia di un genere, che sono stati il modello per un’infinità di imitazioni e opere ispirate. Blade Runner di Ridley Scott è uno di quelli, sconoscito da molti, amato da tanti, capito a fondo da alcuni. Un thriller fantascientifico che va ad indagare una delle domande fondamentali che ogni essere vivente senziente finisce per porsi: perché esisto?

Accade tutto nel 2019

In un ipotetico 2019 il mondo e l’umanità hanno subito dei profondi cambiamenti. La conquista dello spazio ha portato gli umani a fondare le colonie extramondo e a creare i “replicanti”, degli esseri biologici, come lavoratori e schiavi della nuova epoca.

Intanto nei tentacoli dello “sprawl” di Los Angeles l’agente Holden sta sottoponendo Leon Kovalsky al Voight-Kampff, un test psicologico fatto di domande che dovrebbero suscitare una risposta empatica nel soggetto e che serve proprio a distinguere gli umani dai replicanti, altrimenti non distinguibili. Leon si sta candidando per un lavoro presso la Tyrell Corporation e Holden è lì per accertarsi del fatto che non sia un replicante che sta cercando di infiltrarsi nell’azienda, ma non ha previsto che Leon è un tipo particolarmente iracondo che alla seconda domanda reagisce sparando al malcapitato agente.

Viene così chiamato in causa un altro Blade Runner, ovvero un esperto cacciatore di replicanti: Rick Deckard. Questi è inizialmente molto restio a riprendere l’attività, ma l’agente Gaff, che parla esclusivamente cityspeak, lo obbliga a presentarsi dal capitano Bryant che non gli lascia altra possibilità se non quella di prendere in carico il caso. Si tratta di rintracciare Leon e gli altri tre replicanti di tipo Nexus-6 che dalle colonie extramondo hanno sequestrato una navetta spaziale per venire sulla Terra, cosa assolutamente vietata.

Deckard, teoricamente affiancato da Gaff che non sembra fare altro che fare origami di figure, comincia la sua investigazione andando alla sede della Tyrell Corporation dove Eldon Tyrell in persona gli popone di sottoporre al Voight-Kampff la sua segretaria Rachael. Dopo una lunga sequenza di domande il Blade Runner scopre con stupore che Racheal è in realtà una replicante. Tyrell lo informa che la donna è in realtà all’oscuro della sua natura.
Il cacciatore di replicanti si reca quindi nell’appartamento di Leon dove trova solo una squama e delle fotografie.

Nel frattempo Leon e un altro replicante di nome Roy Batty si recano nel laboratorio di Hannibal Chew, un artigiano degli occhi artificiali, da cui pretendono un contatto per arrivare alla Tyrell Corporation, e il poverino suggerisce loro il nome di J.F. Sebastian, un ingegnere.

A questo punto Rachael si presenta a casa Deckard desiderosa di conoscere la sua vera natura. Deckard le racconta la verità e per superare le sue perplessità le racconta un fatto della sua infanzia spiegandole che non sono veri ricordi, ma solo innesti di memoria, creati per dare ai replicanti l’idea di una vera vita su cui basare la propria personalità e non impazzire.
Rachael, sconvolta dalla rivelazione, fugge mentre Pris Stratton, la quarta replicante nonché compagna di Roy Batty, sfruttando il suo aspetto attraente, riesce a farsi invitare in casa Sebastian.

Il giorno dopo Deckard si risveglia dopo aver sognato un unicorno e comincia ad indagare sulla squama e sulle foto di Leon arrivando in un locale in cui si esibisce la spoglierellista Zhora, che si avvale proprio di un grosso pitona artificiale. Dopo un breve colloquio Zhora capisce di essere in pericolo e fugge, ma Deckard la insegue e la “ritira” (ovvero uccide il replicante).
Byrant e Gaff si complimentano con lui, e lo avvisano che nella lista dei replicanti ricercati ora c’è anche Rachael.
Appena i due poliziotti si allontanano compare quindi Leon che immediatamente attacca Deckard che si salva solo grazie all’intervento della stessa Rachael. Per riconoscenza il cacciatore decide quindi non solo di risparmiare la ragazza, ma addirittura di nasconderla a casa sua.

Roy Batty, rimasto solo, raggiunge Pris a casa di J.F. e i due lo obbligano a condurli da Tyrell sfruttando la partita a scacchi che questi sta conducendo a distanza con il proprio datore di lavoro.
Arrivato al cospetto di Tyrell i due replicanti chiedono che venga disabilitato il dispositivo che limita la loro vita a soli quattro anni, ma ciò non è possibile, anzi, afferma anche che Batty ha vissuto consumandosi anche più del previsto, come una candela che brucia da entrambi i lati. Per tutta risposta Batty decide quindi di vendicarsi uccidendo sia Eldon Tyrell che J.F. Sebastian.

Deckard, venuto a conoscenza dell’uccisione dei due umani, si reca subito a casa di Sebastian e si trova ad affrontare quasi subito Pris su cui riesce ad avere la meglio con un po’ di fatica.

Sarà invece una storia diversa con Roy Batty, che è un replicante da guerra, che decide di vendicare la morte di Pris in una lotta con regole tutte sue che si conclude sul tetto dell’edificio, sotto la pioggia, dove Batty, dopo aver incomprensibilmente salvato Deckard da una caduta mortale, recita il famoso monologo:

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Batty quindi muore, avendo esaurito il tempo a sua disposizione. Poco dopo si presenta Gaff che si complimenta per il lavoro svolto, ma lo avvisa che «Peccato che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere…».

Deckard si precipita quindi a casa, dove trova Rachael ed entrambi fuggono. Però, prima di andare, davanti alla porta di casa, trovano un origami che rappresenta un unicorno.

Blade Runner, una storia di montaggi

Blade Runner- Harrison Ford

Praticamente tutti sanno che il film è ispirato al racconto del 1968 di Philip K. Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, ma presenta innumerevoli differenze facendolo diventare in pratica un’opera a se stante.

Diverse tematiche del racconto vengono appena accennate all’interno del film, come ad esempio la questione che da il nome al racconto, ovvero il fatto che nel futuro dispotico immaginato da Dick gli animali siano tutti sull’orlo dell’estinzione e le persone usano circondarsi di animali artificiali come surrogati. In un certo senso anche l’umanità sembra sulla stessa via del declino arrivando per questo a creare i replicanti. La terra immaginata da Dick è coperta di “palta”, uno strato di polvere radioattivo che rappresenta lo stato di  apatia delle persone.
Tanto è diverso che Ridley Scott decise di usare il nome di un altro romanzo, “The Bladerunner” di Alan E. Nourse.

Ma la differenza sostanziale è che nel libro Rick Deckard è un umano che fa il suo lavoro per tirarsi fuori dallo stato di apatia e depressione che affligge un po’ tutti, andando a ritirare dei Nexus-6 che sono tanto avanzati quando incapaci di lottare per sopravvivere perché non sono il risultato di milioni di anni di selezione naturale.
La versione di Ridley Scott ruota invece proprio attorno alla necessità dei replicanti di realizzarsi e trovare uno scopo alla propria esistenza. Il Roy Batty del film è un personaggio sfaccettato, che desidera sapere perché può vivere solo quattro anni, vuole superare questo limite perché vuole continuare ad esistere perché si ritiene superiore al destino che gli è stato assegnato.

Inoltre Ridley Scott aveva sempre in mente che Deckard fosse un replicante, cosa che Dick ovviamente non aveva neanche preso in considerazione. In effetti il Deckard di Dick ad un certo punto dubita fortemente di essere umano, ma è solo uno trappola psicologica messa in atto proprio da un replicante (che Dick chiama “androidi”). Per Scott invece Deckard è un replicante, ma nel 1982 il regista non era in grado di opporsi alla produzione che riteneva che questo fatto portasse ad un finale troppo deprimente. Di conseguenza il primo montaggio cinematografico metteva le cose in modo tale per cui il protagonista era una persona normale che prendeva una cotta per un replicante.

Negli anni successivi però Ridley Scott ha potuto pubblicare il suo Director’s Cut che contiene il sogno dell’unicorno di Deckard, elemento che da solo cambia tutta la prospettiva.
Questi elementi di ambiguità aveva portato i fan ad elaborare varie teorie basandosi su piccoli dettagli ed elementi. Ad esempio il fatto che tutti gli esseri artificiali hanno un momento in cui gli occhi si illuminano di rosso, cosa che in effetti succede anche a Deckard quando è sfocato in secondo piano. O il fatto che a inizio film si parli di sei replicanti fuggiti (poi corretti in cinque, era per via di una sceneggiatura iniziale che prevedeva altri personaggi).
Mettendo insieme le cose ne veniva fuori che Gaff fosse il vero Blade Runner, basandosi anche sul fatto che tutti gli umani presenti nel film fossero fisicamente malati o comunque poco adatti ad un lavoro rischioso come quello del cacciatore di replicanti. Di conseguenza Deckard era uno dei replicanti fuggiti e riprogrammato allo scopo.

In ogni caso Blade Runner ha probabilmente superato il racconto da cui trae ispirazione dando alle persone dei personaggi formidabili, una fotografia acida e stupendamente corrosa e delle musiche, realizzare da Vangelion, che tutti conoscono. Se poi si considera che il leggendario monologo di Roy Batty fosse in parte stato improvvisato da Rutger Hauer si può dire che nel 1982 si siano concentrate una serie di genialità creative che hanno consentito di creare un’opera di altissimo livello.

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