C'era una volta in Messico

C’era una volta in Messico, trama e recensione

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È giusto che ogni triologia abbia il suo terzo episodio. E così dopo “El Mariachi” e “Desperado” è giusto che si arrivi a “C’era una volta in Messico”, chiaro riferimento a Sergio Leone, e l’opportunità per Robert Rodiguez di concludere il suo primo ciclo e diventare un famoso regista di Hollywood.

Il Mariachi è ancora in pista

Il Mariachi, il vendicatore che va in giro suonando canzoni popolari e sparando ai cattivi, è ormai una leggenda in Messico. Tutti sanno che esiste, ma pochi hanno avuto la fortuna, o la sfortuna, di incontrarlo davvero.

E così anche l’agente della CIA Sheldon Jeffrey Sands ha serie difficoltà a trovarlo, malgrado i mezzi a disposizione. E Sands deve trovarlo, perché sta orchestrando un colpo di stato gattopardiano in cui tutto alla fine torni ad essere sotto suo controllo. Non è una cosa semplice perché da una parte c’è un presidente amato dal popolo, dall’altra Armando Barillo, un potente narcotrafficante, e nel terzo angolo Emiliano Marquez, un generale traditore che vuole diventare dittatore.

In particolare il Mariachi viene ingaggiato per uccidere Marquez, un compito per che lui è pura vendetta perché qualche anno prima Marquez ha ucciso a sangue freddo l’amata moglie Carolina. Il vendicatore rimette quindi insieme la sua squadra, formata da Lorenzo e Fideo e affronta ondate di nemici e avversari coriacei come Cucuy e Billy Chambers.

Ma non tutto va nel verso sperano da Sanders, soprattutto dopo il tradimento della fidata Ajedrez che in realtà è la figlia di Barillo, e alla fine ognuno combatte per il proprio scopo e la propria sopravvivenza. Così il gruppo di Mariachi, figli del Messico, decidono di salvare il presidente e di sterminare tutti gli altri.

Se C’era una volta in Messico fosse stato fatto meglio…

Personalmente la figura del Mariachi mi piace molto, soprattutto per quell’aura di malinconia che si porta appresso. Perché il Mariachi è un po’ come la musica che suona, un misto tra la nostalgia e la tristezza, che lo porta a fare cose che in realtà non vorrebbe, ma che quando ci si mette è inarrestabile.

Purtroppo però l’atto conclusivo della triologia di Robert Rodriguez non è realmente all’altezza. Pur avendo finalmente un budget all’altezza della produzione sembra che le idee siano rimaste un po’ ferme e nei 97 minuti di film sarebbero potute succedere cose molto più interessante.

Partiamo dal fatto che è curioso poi il protagonista del film risulti essere Sheldon Sands (Johnny Depp), una specie di Merovingio di Matrix, che è lì dall’eternità a manipolare e a confondere allo scopo di tenere tutta la situazione sotto il suo controllo. Lui è quello che decide che il maiale cucinato in un certo ristorante sia sicuramente il migliore del Messico e poi uccide il cuoco per riequilibrare la situazione.
È sicuramente da ricordare l’epilogo del personaggio, col sangue delle orbite oculari vuote che gli cola sulle guance, col duello alla cieca.

Il Mariachi invece come al solito parla poco e agisce molto e Antonio Banderas dovrebbe essere ricordato solo per questo fantastico ruolo. Lui è il vendicatore, quello che stermina le persone solo per desiderio di vendetta e rivalsa, che non si ferma mai, implacabile e pieno di risorse.

Si dice che Quentin Tarantino abbia suggerito a Robert Rodriguez di dare al film un titolo che richiamasse direttamente il titolo di due dei tre film che compongono la triologia del West di Sergio Leone. E che Rodriguez si sia fatto ispirare da Il Buono, il Brutto e il Cattivo per il suo C’era una volta il West. Però in realtà rimane poco chiaro chi sia il terzo protagonista della pellicola.

I due cattivi sarebbero teoricamente Barillo e Marquez, ma il primo si vede abbastanza poco e non è che faccia molto. Il secondo non spiaccica parola e l’unica cosa che fa è beccarsi una pallottola in fronte. Abbastanza deludenti come cattivi e un’occasione sprecata.

Paradossalmente sono più caratterizzati i due antagonisti secondari. C’è Cucuy, un favoloso Danny Trejo che ritorna dopo essere morto nel ruolo di  Navajas in Desperado, che sembra essere uno veramente cattivo, e soprattutto Billy Chambers, un sorprendente Mickey Rourke. Quest’ultimo, insieme all’ex-FBI Jorge Ramirez, donano un po’ di profondità ad una trama un po’ banalotta.

Per il resto non mancano pallottole, sudore e luce gialla color Messico, timbro di fabbrica di Rodriguez,  che rendono il film comunque più che godibile e un livello di ignoranza comica decisamente sopra le righe. Il rammarico resta per una pellicola che poteva dare di più in termini di sceneggiatura, cosa che poi avremmo visto con Machete.

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