Jason Bourne

Jason Bourne 5, recensione

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Metti un personaggio accattivante che ha perso la memoria e che deve ritrovare sé stesso finendo però per crearsi un nuovo io, con un nuovo nome. Una bella trovata, sicuramente. Poi però fai 5 film in cui alla fine il discorso si perde completamente tanto che alla fine dai un titolo totalmente anonimo e hai poco da dire. E siamo arrivati a Jason Bourne.

Jason Bourne è ancora vivo!

Sono passati 10 anni dagli ultimi eventi e Jason Bourne è ancora vivo, da qualche parte. La CIA ne è sicura, e se potesse lo ammazzerebbe, ma non riescono a trovarlo e quindi fanno finta di niente.

Ad un certo punto però l’ex agente Nicky Parsons lavora come mercenaria e riesce ad hackerare i server dell’agenzia per recuperare informazioni importanti. Spulciandole trova delle cose che riguardano Jason Bourne (alias David Webb) e decide di fagliele avere su una pen-drive criptata. Peccato che così svela alla CIA la posizione di Jason e di conseguenza il karma la uccide.

Jason si fa aiutare dall’hacker Christian Dassault a decifrare la chiavetta e scopre che la CIA ha fatto uccidere suo padre, Richard Webb, malgrado fosse un suo dipendente. E questo non lo mette di buon umore. Fuggito all’ennesimo attentato alla sua persona da parte dell’agenzia, a opera dell’agente Asset, decide quindi di contattare un altro ex agente che era coinvolto nella cosa e da questi scopre che il padre sapeva di Treadstone, la mega black-operation della CIA, e che voleva evitare che Jason diventasse un superagente.

In tutto questo è ancora inseguito da Asset. un agente assassino che non lo può vedere perché con i casini dei film precedenti aveva fatto saltare la sua copertura facendolo sequestrare dai nemici che lo torturarono. Asset è anche l’agente preferito di Robert Dewey, il capo della CIA che vuole Bourne morto a tutti i costi.

Nel parapiglia generale Jason Bourne è aiutato da Heather Lee, giovane dirigente della CIA in cerca di carriera, che lo aiuta ad arrivare ad EXCOON, una fiera della tecnologia dove Robert Dewey sarà presente per parlare di Deep Dream di Aaron Kaloon (una specie di giga Facebook) che in realtà nasconde l’operazione Ironhand, ovvero il solito spionaggio di massa.

Alla fine della fiera (modo di dire) i cattivi muoiono, i buoni fuggono e i mezzani diventano cattivi lasciando un indizio per un eventuale nuovo film.

Idee alla rinfusa, trama stiracchiata, ignoranza risicata

Matt Damon aveva detto che se non veniva un’idea buona avrebbe lasciato Jason Bourne nella naftalina. Aveva detto che ormai il personaggio aveva esaurito la sua parabola perché il conflitto interiore era dovuto al fatto di non conoscere il proprio passato e che quindi era difficole che si potesse fare qualcosa di interessante. Poi ci ha ripensato ed è venuto fuori questa cosa.

Il film è stato criticato da più parti e si può dire che soffre del fatto di non decidersi se vuole essere un thriller, un film d’azione o di spionaggio.

Di spionaggio c’è ben poco. Non è James Bond e non è Mission Impossible. Verso l’inizio del film c’è un po’ di guerra informatica, ma le supercazzole si sprecano con attacchi MySQL (Come dire che rubi una macchina usando la chiave),  firewall da infrangere (in stile Ghost in the Shell), malware che vengono tranquillamente installati. Per non parlare dell’hacker che si fa fregare come un bambino, la chiavetta con scritto su “cifrata” e soprattutto, rullo di tambuti, la CIA che tiene le operazioni segrete nella cartella “Black Ops”!!! Non bisogna essere degli informatici per percepire il ridicolo di queste trovate.

Come thriller se la cavicchia con qualche situazione di tensione che però sfocia troppo facilmente nell’azione. In ogni caso la trama e l’intrigo sono troppo deboli per essere considerati bene. Tutti i personaggi hanno un loro ruolo rigido e non c’è nulla di sorprendente.

E infine l’azione. Oltre che a salti, colpi di cecchino e qualche esplosione la parte centrale del film non presenta situazioni memorabili. Da segnalare solo la parte iniziale in cui Jason Bourne si picchia illegalmente con vari energumeni per tirare su qualche soldo (in pieno stile Rambo 3) e la scena finale di inseguimento. Ecco questa ha un suo perché con Asset a bordo di un veicolo blindato degli SWAT, mentre Jason su una berlina. Notevole la resistenza del veicolo blindato in grado di sbaragliare le altre auto come una palla da biliardo in mezzo ai birilli, senza subire il minimo danno, neanche una luce danneggiata e forse neanche un graffio.

Ma la critica maggiore che bisogna fare alle scene d’azione è il fatto che purtroppo il regista Paul Greengrass ha scelto di riprende il tutto estremamente zoomato e con un cameraman affetto da delirio tremens. L’effetto finale è che tutta l’azione è solo immaginaria perché nella realtà non si vede un fico secco visto che sono stati ripresi solo dei dettagli che si agitano.

Nel complesso quindi Jason Bourne 5 (mettiamolo il numeretto, che altrimenti non si capisce che è il titolo) è un sequel fatto tanto per fare, con un personaggio ormai esaurito, un pretesto grattato dal fondo del barile (la prossima volta immagino che gli ammazzeranno il cane, non me ne voglia John Wick), una trama elementare e una componente d’azione non all’altezza di questo tipo di produzione.

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