The Green Inferno

The Green Inferno, recensione

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Mangiare o essere mangiati? Per gli esseri viventi non è solo un punto di vista, ma una ragione di vita perché la paura ancestrale che ci portiamo tutti dentro è quella di essere divorati da qualcuno. E cosa c’è di peggio se non diventare il pasto di un proprio simile, peggio ancora quando non abbiamo la possibilità di difenderci? È quello che Eli Roth prova a farci comprendere nel suo Green Inferno.

Come ci si arriva al Green Inferno?

Siamo negli Stati Uniti dove è attivo un gruppo di ragazzi che manifesta a favore dei diritti dei bidelli. Un fine nobile per un gruppo che ha a cuore una serie di tematiche sociali globali, anche se non si capisce perché non siano i bidelli stessi a manifestare,

Justine è invece ancora un passo indietro nel comprendere i mali del mondo, ma ben presto mette sulla bilancia la visione di suo padre, cinico dirigente dell’ONU, e quella di Alejandro, carismatico leader del gruppo di manifestanti. La scelta ricade su quest’ultimo e Justine si impegna per diventare parte del collettivo, supportata da un genuino idealismo.

Alejandro è un leader capace è sta guidando i suoi seguaci verso la prossima nobile mission: andare a fare un’azione dimostrativa in Sud America, nel bel mezzo della foresta amazzonica, dove multinazionali senza scrupoli puntano alle ricchezze del suolo lasciandosi indietro foreste rase al suolo e popolazioni indigene primitive sterminate. E malgrado le obiezioni di qualcuno si parte.

Il gruppo è costituito da una decina di ragazzi e il viaggio dovrebbe durare in tutto poco più di un fine settimana. Dopo aver conosciuto Carlos, generoso finanziatore dell’iniziativa, e attraversato luoghi che da bravi yankee non pensavano esistere per davvero (dove abita gente che va in 3 in motorino!) si arriva a destinazione.
Armati di cellulari con cui andare in diretta streaming via satellite e sfidando le guardie armate stando incatenati agli alberi, il gruppo riesce nel suo intento di mettere al corrente l’opinione pubblica del dramma che si svolge in quei luoghi. Solo per Justine l’impresa ha comportato più rischi perché Alejandro ha voluto sfruttare la sua parentela con il padre dirigente ONU lasciando che fosse messa sotto tiro delle armi, anche se poi non è successo nulla.

In ogni caso la conclusione sembra positiva e si torna a casa in aereo, ma qui comincia il trip all’inferno, è proprio il caso di dirlo. Questo perché sfortuna vuole che il motore del piccolo aereo esploda senza motivo e l’atterraggio non è dei migliori perché muoiono subito un 3-4 persone. E le cose vanno anche peggio subito dopo dato che i superstiti finiscono per essere catturati da una tribù di indigeni dal corpo dipinto di rosso.

Come se non bastasse in poco tempo si scopre che gli indigeni sono cannibali e vedendo i nuovi arrivati come nemici non ci pensano due volte a banchettare. Per tutti sarà una lotta di sopravvivenza per cercare di uscirne vivi.

The green inferno

Un po’ di sana ignoranza nell’inferno verde

Per chi non l’avesse ancora capito The Green Inferno è fondamentalmente un film splatter che per gran parte del tempo si da anche delle arie e pretendere di essere un film fatto bene. A tratti in realtà ci riesce.

Addirittura il regista Eli Roth ha sottolineato l’utilità sociale del film dichiarando che voleva fare un film con una delle poche popolazioni isolate che ancora esistono al mondo per portare alla ribalta le ingiustizie che si stanno compiendo in quell’angolo di mondo. Non è chiaro però perché questo nobile intento debba essere portato a termine in modalità exploitation con tanto di cannibalismo, aspetto che non mette esattamente sotto una buona luce i poveri indigeni.
Eli Roth afferma che questa parte del discorso non ha molta importanza, ma secondo me un documentario ben fatto poteva essere più utile (vedi Il Sale della Terra di Wim Wenders). In ogni caso la bellezza dei paesaggi e la genuinità dei figuranti sono assolutamente apprezzabili.

Anche gli attori, seppur non famosi, svolgono la loro parte piuttosto bene. Tra gli altri “spicca” la presenza della chioma rossa di Daryl Sabara, che ricordiamo nel ruolo di Juni Cortez in Sky Kids, questa volta nel ruolo del fattone Lars. Il resto è come al solito un gran urlare e fare smorfie di sofferenza, ma è proprio il genere a richiederlo.

L’aspetto che lascia veramente perplessi è invece il fatto che la regia soffre di alcuni momenti di delirio trash assolutamente inspiegabili.

Per esempio in una delle scene in cui i 5 sopravvissuti sono imprigionati nella gabbia in mezzo al villaggio c’è una delle ragazze che soffre di un improvviso attacco di diarrea. Subito si crea una situazione di assoluto imbarazzo (malgrado cose importanti come un loro compare appena cucinato al forno) e la povera ragazza si isola in un angolino della gabbia cercando di attutire le rumorose scorregge. Ancora con meno senso e con più ignoranza l’inquadratura successiva dei bambini indigeni che sventolano con la mano per mandare via la puzza.

Altro momento privo di logica parte quando Samantha sembra riuscire a fuggire, ma il giorno dopo viene servito ai prigionieri una zuppa di carne. Amy, che è vegana, capisce di aver mangiato parte della sua amica e si sucida. Sapendo che i cannibali avrebbero presto preso il corpo per farne un ulteriore pasto Lars decide di farcire l’ex compagna con una bustina di marijuana che farà sballare l’intero villaggio!

Ah, e sul finale, l’incubo di Justine assolutamente trash!

E poi, volendo, c’è anche da criticare la capacità cucinatoria degli indigeni. Quando fanno la carne arrosto è troppo troppo al sangue. Poi, che fai? Inforni il ciccione staccando braccia e gambe e non togli i visceri? Boh…

Ecco, abbiamo detto tutto. Se vi piacciono i cannibal movie, lo splatter e in generale l’exploitation con The Green Inferno vi sentirete a casa. I tentativi di dare un certo realismo alle scene e di trasmettere un messaggio sociale sono comunque ammirevoli e possono ben valere una visione.

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